Formazione

Vocazione è fare quello che si vuole

Quando ero ragazzino e frequentavo le scuole elementari la maestra ci insegnò che ogni frase è costituita come da tanti mattoncini che sono le parole e che ogni parola può essere descritta come sostantivo, verbo, articolo, preposizione semplice o articolata. Poi ci insegnò che i mattoncini in sé non esistono proprio per davvero ma prendono vita soltanto se sono messi in relazione tra di loro e diventano soggetti, predicati, complementi, frasi coordinate, subordinate, periodi… Prendono vita diventando racconti. È curioso il linguaggio perché per quanto ci si possa sforzare o illudere di essere oggettivi ha sempre a che fare con la mente di chi parla e di chi ascolta: il pensiero non è un laboratorio asettico ma è costituito da immagini che raccontano della propria storia.

Letto. Curiosa l’ambiguità della lingua che talvolta ci mette in guardia dal definire il significato delle parole al di fuori di un contesto, di una relazione: participio passato del verbo leggere o sostantivo maschile singolare? Nella pioggerella di questo pomeriggio di inizio anno il mio soffice piumone mi invita di più al secondo! E ora chi legge sta immaginando un letto, sicuramente differente dal mio e il dipinto che si è creato nella sua mente può avere i colori caldi del riposo, le tinte forti dell’amore o il tratto cupo della sofferenza o del dolore… Vocazione. Anche questo è un sostantivo, femminile e singolare. E su questo vogliamo riflettere, senza farne una teoria o darne una definizione; ne tesseremo un racconto perché anche la Scrittura ci insegna che è il modo migliore per poterne parlare.

Alcune parole di uso comune sono diventate come scatole nelle quali sotto la stessa etichetta sono nascosti significati molto differenti tra loro. Dio – ad esempio – è una parola che può suscitare in colui che la ascolta il volto misericordioso della Trinità, visibile nei gesti di Gesù Verbo di Dio fatto uomo, ma anche i tratti di un dio lontano, indefinito, evanescente o castigatore. Anche questo dipende dal proprio vissuto e dalla cultura nella quale si abita.

A proposito di vocazione due sono i contenuti che più diffusamente riempiono la scatola e riguardano in maniera disgiunta i due soggetti implicati: Dio e l’uomo. Da una parte – infatti – si intende vocazione come una disposizione d’animo, una caratteristica innata, una serie di qualità personali, desideri che hanno finalmente trovato il loro sbocco in una scelta di vita professionale o “religiosa”: è la prospettiva prevalentemente incentrata sull’uomo. Dio qui non c’entra, al limite se ne può riconoscere l’intervento nell’aver elargito all’uno e all’altro dei suoi figli doni diversi, diversi talenti. Qui ci si dovrebbe domandare perché con uno è stato più generoso che con l’altro ma questo – ci diciamo – riguarda unicamente il suo disegno. Dall’altra parte si immagina – appunto – la vocazione come un progetto che Dio ha pensato per noi fin dall’eternità, una strada tracciata nei minimi particolari fin dagli albori della creazione per ogni uomo che viene nel mondo, ma questo si chiama destino e non sembra aver molto a che fare con la fede cristiana.

L’errore contenuto in entrambe le prospettive è quello di mantenerle disgiunte: in sé la vocazione non esiste né come un possesso o una caratteristica personale – non riguarda esclusivamente l’uomo – né come un progetto di Dio – non riguarda neppure esclusivamente lui. La vocazione esiste soltanto in relazione e in movimento semplicemente perché così è della vita e del Regno di Dio: una rete gettata nel mare, un mercante in cerca di perle preziose, un po’ di farina che cresce… (cf. Mt 13).

Pensate a quando avete insegnato a costruire qualcosa a vostro figlio, o quando avete trasmesso una conoscenza a un vostro studente, pensate a come avete fatto a introdurlo in quel mondo. Pensate a un maestro che per iniziare un discepolo all’esercizio di un’arte non ha bisogno semplicemente di riconoscerne le attitudini e non può neppure limitarsi a offrire indicazioni tecniche: per insegnare a qualcuno è necessario spendere tempo, condurlo attraverso successi ed errori alla capacità di esercitare liberamente la sua creatività buona. Nell’opera che nascerà si potranno riconoscere gli insegnamenti del maestro ma il discepolo sarà nella gioia se potrà riconoscere l’opera come sua. E là starà anche la gioia e la contentezza del maestro.

Il discorso sulla vocazione ha a che fare con due libertà in sinergia: Dio e l’uomo nei rispettivi ruoli di Maestro e di discepolo collaborano all’opera più importante della vita, la costruzione della vita stessa, il compimento della salvezza, l’edificazione del Regno di Dio che si realizza nel diventare pietre vive (1Pt 2,5) per la costruzione della Gerusalemme nuova (Ap 21,3). La vocazione è vita nuova che sorge, pietra che diventa carne (Ez 11,19; 36,26) terra che prende vita (Gen 2,7) per opera dello Spirito. La vocazione è una rinascita dall’alto (Gv 3,3) una figliolanza nuova non più ricevuta nella carne ma nello Spirito.

La vita è fatta per essere ricevuta: per vivere è necessario essere generati, non si può nascere se non come figli. In quel cosmo ordinato che è la Creazione la storia di ogni uomo prende inizio da un seme che incontra una terra feconda. Allo stesso modo accade per la vita di Dio, una sua Parola viene seminata nell’intimo del cuore e inizia a crescere la vita nello Spirito. La vocazione è il Battesimo, la prima parola di Dio che raggiunge la nostra terra in modo del tutto amante e gratuito, nella stessa logica del dono che impregna di bellezza il nostro concepimento. È un seme, quello ricevuto nel Battesimo che può rimanere sepolto per anni ma che quando incontra nuovamente la Parola si riavvia, riparte. Per essere generati non è sufficiente essere concepiti e nemmeno lo è venire al mondo; per essere generati servono cura, gesti, attenzioni, altre Parole che ancora prima di insegnare il linguaggio fanno sorgere la consapevolezza della propria identità. Questa è la fede: l’aver sentito nascere in noi la scoperta della nostra figliolanza con Dio di fronte al quale non viviamo più come schiavi nel timore servile o come mercenari in cerca del salario (CCC 1828) ma come figli amati desiderosi di salvezza, desiderosi di vita.

Che cosa vuoi fare della tua vita? Qual è la volontà di Dio per me? Abbiamo imparato che la risposta a queste domande – quando non è elusa – è fallace se non sono tenute insieme. Dio agisce in sinergia con noi, è dalla nostra parte, desidera che la nostra vita sia piena, in abbondanza (Gv 10,10). Vuole che l’opera d’arte della nostra vita, la costruzione della vita stessa possa essere il nostro capolavoro, l’opera più bella. Qui ci accorgiamo che la volontà di Dio e la nostra hanno la medesima direzione, entrambi vogliamo la stessa cosa: la nostra felicità (Benedetto XVI, Spe Salvi, 11) che è già espressa in nuce nei nostri desideri più veri e più profondi quelli che Dio stesso ha seminato nel fondo del nostro cuore, nella nostra identità ed è una parola che si compirà in un’opera realizzata insieme (Agostino, Discorso 169,11,13).

Che cosa vogliamo fare insieme? Soltanto alla scuola del Maestro che è la Vita (Gv 14,6) ne potremo imparare l’arte, soltanto con lui potremo essere in grado di realizzare su quella tela – mai bianca – della nostra storia il capolavoro della nostra vita semplicemente perché lo possiamo, ne siamo capaci, basta volerlo, serve scegliere i colori e prendere in mano il pennello. Il Creatore ha creato gli uomini creativi. Perché l’opera della salvezza non fosse soltanto sua ma fosse nostra, fatta insieme. A lui piace così. E in verità piace così anche a noi, piace così anche a te che sei giovane e hai voglia di fare qualcosa di bello ma ancora non sai che cosa. Mettiti alla scuola del Maestro, fatti accompagnare a Lui da qualcuno dei suoi Giovanni Battista, ascolta la sua Parola: nella fatica, nella lotta, nel fallimento e nel successo… Nella bellezza di imparare, il Signore ti condurrà. E vedrai che sarà splendido scoprire di voler diventare prete, monaca di clausura, sposa, membro di un istituto secolare, consacrata, marito, laico perché così potrai fare quello che vorrai della tua vita, quello che vorrai per davvero.

don Michele Gianola

Il settimanale della Diocesi, 9 gennaio 2016

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